È ora di rompere il silenzio

Quando ho dato vita a questo blog ho pensato anche a lui, Davide Rebellin, 51 anni, spinto da una passione talmente grande da diventare una vera dannazione. Una vocazione verso la bicicletta che non può essere spiegata con la lente di ingrandimento della fredda razionalità. Una passione oltre il senso comune, così travolgente da imporgli una vita di sacrificio e impegno per continuare stagione dopo stagione a pedalare nel gruppo, lottando con la stessa grinta di quando era ragazzino in mezzo ad atleti di trent’anni più giovani. Un esempio per tutti. Un inno alla Bellezza irrazionale di questo sport.

In queste poche righe sarebbe irrispettoso avere la pretesa di rendere omaggio a un campione nella vita, ancor prima che nello sport, il cui destino beffardo ha negato il diritto a vivere finalmente la sua passione in maniera più rilassata.

Tuttavia, come ciclisti e appassionati di ciclismo non possiamo più tacere rispetto alla strage quotidiana che avviene sulla nostra pelle. Non serve scomodare le morti illustri di Michele Scarponi e Davide Rebellin per accorgersi che in Italia andare in bicicletta è diventata una tragica roulette. Nella stessa giornata in cui Davide si è spento, un altro terribile incidente è avvenuto a Ferrara e a farne le spese è stato un giovane di 16 anni.

Possiamo aprire un discorso sull’urgenza di dotare il nostro territorio di ciclabili e corsie per le biciclette, sicuramente strumenti importanti verso una società più attenta alla mobilità sostenibile, oppure possiamo metterci a fare autocritica sul fatto che noi ciclisti siamo indisciplinati, ma la sostanza non cambia. Non possiamo dimenticarci che la strada deve essere di tutti e che noi non solo siamo legittimati a pedalare in sicurezza a bordo strada, ma in quanto utenti più deboli abbiamo il diritto di essere tutelati.

Perché per quanto possiamo indossare abiti sgargianti, installare luci potenti, guidare con estrema prudenza e stare in fila indiana, in ogni uscita prevale il senso di invisibilità. Quante volte durante le nostre pedalate capita di vedersi tagliare la strada o negare una precedenza e notare che l’automobilista non si sia minimamente accorto della nostra presenza?

Molti la chiamano distrazione, altri fatalità, ma di fronte alla strage che si consuma sulle nostre strade dobbiamo avere il coraggio di guardare le cose per quello che sono realmente. Perché è innegabile che nel nostro paese clacson indemoniati, macchine che ti sfiorano, portiere impazzite, insulti e aggressioni sono diventate una triste costante: una guerra contro il ciclista che ha una matrice culturale profondamente radicata.

Ho avuto il piacere di pedalare in Spagna, popolo latino e festaiolo come il nostro. Eppure, percorrendo le strade della penisola iberica sembra di ritrovarsi proiettati in un mondo parallelo. Mai un clacson fuori posto, mai un insulto. Io ero da solo, ma se fossi stato in gruppo, anche non necessariamente in fila indiana, nulla sarebbe cambiato perché ogni volta che dovevo essere superato, le macchine controllavano che nell’altra corsia non sopraggiungesse nessun altro veicolo e mi passavano occupando la corsia opposta come se fossi un mezzo a quattro ruote.

Ma se in altre parti del mondo tutto questo è possibile perché non lo può essere anche da noi?

È ora di rompere il silenzio e di farci sentire. Facciamo in modo che il sacrificio di Davide Rebellin e degli oltre cento morti in biciletta da inizio anno possa dare vita a un reale cambiamento. Lo dobbiamo a noi stessi, ma lo dobbiamo soprattutto alla memoria di chi oggi non c’è più.

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