In genere, su questo blog, ho sempre raccontato grandi avventure a pedali. Oggi, invece, ho voglia di scrivere di qualcosa di diverso, vissuto per lo più su quattro ruote. Un viaggio in cui la bici non è certo mancata – dopotutto, non potrebbe essere altrimenti – ma per una volta è rimasta al seguito, pronta a entrare in scena nei momenti morti della giornata, attraverso un piccolo sforzo di pianificazione. Partenze all’alba per sfuggire al caldo torrido di quest’estate e percorsi studiati con cura, così da non lasciare troppo a lungo da sola la mia compagna, che nel frattempo poteva svegliarsi con calma oppure raggiungermi in macchina su qualche spiaggia o in un punto concordato. Il modo migliore per ritagliarmi qualche avventura solitaria e scoprire luoghi, odori e colori destinati a sfuggire a un’osservazione mediata da un finestrino.
Un viaggio in macchina da Atina, terra di confine tra la Ciociaria, l’Abruzzo e il Molise, fino ad Atene, per poi ritornare in Italia con una breve tappa a Meteore, nel nord della Grecia prima di una brevissima sosta finale a Rimini, capitale di quella villeggiatura di massa nata negli anni del boom economico e di cui ancora oggi porta i segni indelebili. Un viaggio che, prima dell’imbarco per la Grecia, mi ha portato per qualche giorno in Puglia, nella Valle d’Itria, dove tutti mi sconsigliavano di pedalare, mettendomi in guardia dagli automobilisti con il piede pesante. Eppure, una volta in sella, ho percepito rischi decisamente inferiori a quelli che affronto ogni giorno in quella Lombardia che troppo spesso si erge a paladina morale del nostro Paese.

Da Atina ad Atene. Due nomi assonanti che raccontano territori agli antipodi. Da una parte, un piccolo paese ai piedi dell’Appennino, con le sue sagre, i suoi baretti e una natura quasi incontaminata tutt’intorno. Una terra ancora profondamente selvatica, popolata da lupi e attraversata persino dall’orso marsicano, alla quale si aggiungono i numerosi cani randagi che, già durante la mia prima sgambata, hanno provato a inseguirmi, costringendomi a scendere dalla bicicletta.

Dall’altra, una megalopoli sconfinata: chilometri e chilometri di case bianche tutte uguali, che si ammassano anche dove lo spazio sembra non esserci più. Una città dalle mille contraddizioni, nella quale si concentrano tutte le storture della società capitalistica. Dove la povertà estrema costringe alcuni dei suoi abitanti a vivere in condizioni peggiori di quelle dei tanti gatti randagi che vagano indisturbati per le strade, mentre centinaia di migliaia di turisti si accalcano intorno ai monumenti più iconici, facendo a gara per un selfie. Ecco, forse l’inferno me lo immagino esattamente così: come l’Acropoli di Atene, con milioni di selfie e una Babele di corpi e di lingue accalcati. Giusto una decina di gradi in più.

Ma a questa immagine demoniaca e iperturistica di Atene fa da contraltare la bellezza ancora quasi incontaminata del Peloponneso. Attraversarlo significa compiere un salto indietro nel tempo, ritrovando le immagini dell’Italia meridionale prima del boom economico. Tutto scorre lento e sereno. Immense taverne a conduzione familiare, con le classiche tovaglie a quadri; piccoli villaggi affacciati sul mare; strade tortuose che permettono di assaporare il paesaggio in tutta la sua bellezza. Luoghi ancora sinceri, dove si percepisce il valore di prendersi il proprio tempo, lontani da quel turismo di massa che anestetizza le differenze e finisce per rendere tutto uguale.
Resta però un Paese che deve ancora fare i conti con una concezione dello spazio urbano interamente piegata alle esigenze dell’automobile. Le macchine circolano persino nel cuore dei minuscoli centri storici o arrivano fin sulle principali spiagge, mentre la ricerca di un parcheggio si trasforma in un continuo sfoggio di creatività. E gli esercizi commerciali per tenersi il posto sulla strada parcheggiano motorini e mezzi di vario tipo davanti alle loro vetrine.

Da queste parti, l’idea della bicicletta come mezzo di trasporto sembra non essere ancora arrivata. O meglio, qualche bici in giro si vede, ma soprattutto nelle grandi piazze dei paesi e quasi sempre guidata dai bambini. Non è forse un caso che persino i negozi di biciclette riservino buona parte dei propri spazi ai giocattoli.
Eppure, un luogo apparentemente così lontano da una cultura ciclistica a tutto tondo è stato scelto come teatro dell’arrivo della Transcontinental Race di quest’anno. Incrociare lungo la strada un ciclista lettone impegnato a percorrere gli ultimi cento chilometri di quella folle avventura, partita dalla Norvegia e lunga oltre cinquemila chilometri, è stata un’emozione immensa. Così come è stato emozionante fare un giro al porto di Kalamata, scelto come luogo d’arrivo, e vedere di persona i sorrisi delle tante cicliste e dei tanti ciclisti giunti da ogni parte del mondo, reduci da un’impresa straordinaria. Cinquemila chilometri per raggiungere un semplice cartello in formato A3 che sanciva la fine della corsa. Un traguardo quasi anonimo, lungo il porto di una città rimasta pressoché all’oscuro della loro presenza.
Ma forse è proprio questo il fascino di avventure simili. Chi le affronta non lo fa certo per la gloria, ma per la semplice consapevolezza di avere superato, ancora una volta, i propri limiti. Insomma, i dannati del pedale per eccellenza.

