Per chi, come me, è cresciuto in una famiglia del Sud, uno dei ricordi più nitidi dell’infanzia è quello delle grandi tavolate organizzate in occasione delle ricorrenze. Il rituale seguiva sempre lo stesso ordine. A capotavola sedeva il maschio più anziano, generalmente il nonno. Accanto a lui prendevano posto gli altri uomini della famiglia e, via via che ci si avvicinava all’estremità opposta, arrivavano le donne. Eh sì, il patriarcato, a quei tempi, riusciva a trovare il proprio posto a tavola anche nelle famiglie che si consideravano più progressiste.
Accanto alla tavola principale ce n’era poi sempre un’altra, più piccola, rumorosa e decisamente meno ordinata. Era il tavolo di noi bambini, un’istituzione tradizionale che sanciva quella rigida divisione generazionale destinata a riproporsi, in forme diverse, anche nei ritiri con la squadra di sci e in tanti altri momenti della vita sociale. Per anni il tuo posto era quello. Eri felice di occuparlo e non avevi alcun motivo per metterlo in discussione. Poi, improvvisamente e senza che nessuno si prendesse la briga di avvertirti, un giorno scoprivi che la tua sedia era stata spostata. Ti ritrovavi seduto insieme agli adulti, ad ascoltare discussioni di politica e storie di lavoro. Tutti racconti che fino al giorno prima avevi percepito come un brusio indistinto proveniente dal tavolo accanto. Ma il vero rito di passaggio arrivava quando qualcuno ti versava il primo assaggio di vino rosso. Lo bevevi con la curiosità e lo straniamento di chi si è appena infilato nella tana del Bianconiglio, affascinato dal mondo che gli si apre davanti, ma ancora convinto di non appartenervi davvero. Quell’immagine di me bambino, seduto per la prima volta al tavolo degli adulti, mi è tornata in mente sabato sera a Degioz. Anche questa volta ero affascinato dalle persone che avevo intorno, incuriosito dalle loro storie e, in fondo, convinto che in mezzo a quei giganti io fossi soprattutto un imbucato.
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