La mia prima notte in bici, pedalando da Milano a Siena

È da più di un mese che sono bloccato a casa. Febbre alta, continue ricadute e doppio ciclo di antibiotici. In altre parole, un inizio di stagione sempre in panchina e che dovrebbe indurmi a riflettere sull’inesorabile incedere dell’età. Tuttavia – come mi è stato fatto notare da chi mi conosce bene – mai come in questa occasione, tutto ciò è la risultante di una serie di scelte estremamente discutibili. Pedalare in Grecia, sotto un’insolita nevicata, per poi salire direttamente sull’aereo del ritorno, senza avere la reale possibilità di asciugarmi. Ammalarmi e andare comunque allo stadio sotto una pioggia battente. Prendermi una forte ricaduta e decidere di interrompere l’antibiotico anzitempo perché “è inaccettabile che le case farmaceutiche facciano confezioni da sei giorni quando il ciclo è di sette”. Forse non si tratta del mio fisico che sta chiedendomi una pausa, ma della mia testa che sta regredendo a uno stato adolescenziale. Effettivamente va detto che, proprio come per gli adolescenti, il mio cervello in questi giorni sta sfruttando questo riposo forzato per rimettere in moto i sogni e i grandi progetti. Così, mentre nella testa si addensano innumerevoli idee più o meno impraticabili, mi ritrovo a guardare vecchie foto e ripensare a quell’assurda pedalata da Milano a Siena dove tutto è cominciato.

Siamo nel marzo 2022. La Strade Bianche è passata da una settimana e la mia macchina si trova presso un carrozziere calabrese alle porte di Siena. L’ho abbandonata lì al termine della granfondo, con la frizione ormai distrutta. Per recuperarla mi è toccato acquistare un biglietto del treno e prendere ferie. “Certo che è proprio triste utilizzare un giorno di riposo unicamente per viaggiare, recuperare la macchina e guidare senza sosta verso casa” dico tra me e me. “Sarebbe proprio bello andarci in bici. Se solo Siena non fosse così maledettamente lontana!”.

Alla vigilia della partenza, scrocco un pranzo da mia madre e, quasi per scherzo, le espongo queste mie perplessità. Lei, da donna pragmatica del sud, è categorica: “Umberto, ma sei cretino? Se vai in bici perdi il biglietto del treno che hai già pagato!”

Ne segue una conversazione surreale, come quella intercorsa tra il campione mondiale di calcio Horst Hötteges e l’arbitro Ahlenfelder, durante una partita tra Werder Brema e Hannover. Era l’8 novembre del 1975. Nello sgomento generale, il direttore di gara si era presentato in campo completamente ubriaco e aveva fermato il primo tempo dopo soli 32 minuti. Hötteges, forte del suo carisma, si avvicinò ad Ahlenfelder dicendo, “Arbitro, sicuro che sia già ora dell’intervallo? Vede la mia maglia? Non è ancora sudata” e dopo un piccolo conciliabolo riuscì a far riprendere la partita.

Non ricordo esattamente cosa ci siamo detti con mia madre ma, come in quel novembre del 1975, al termine di una conversazione altrettanto surreale, abbiamo concordato per una soluzione ineccepibile. Io sarei partito la notte stessa in bici e avrei raggiunto Siena entro la sera del giorno seguente mentre lei, pur di non perdere il biglietto già acquistato, si sarebbe fatta una gita in Toscana e mi avrebbe aspettato in piazza del Campo. “Grazie Mamma”, le dico mentre mi congedo, “così facendo posso viaggiare più leggero, senza dovermi portare il cambio nelle borse. Abbiamo proprio escogitato un piano perfetto, cosa può andare storto?”

Nonostante questa ostentata sicurezza, passo tutto il pomeriggio sommerso dai dubbi. Il primo di questi è certamente relativo al set up. Non avendo mai affrontato una distanza del genere e non avendo mai pedalato di notte, non so bene cosa portarmi con me. Fortunatamente, pur senza aver chiaro in che contesto le avrei utilizzate, qualche settimana fa avevo comprato un set di luci. Chissà se saranno sufficientemente potenti e chissà quale sarà la loro durata? E poi c’è il tema del vestiario. Le temperature previste non sono così rigide, si parla di una minima che non dovrebbe scendere sotto gli zero gradi. Una maglia a maniche lunghe, uno smanicato e il k-way dovrebbero essere più che sufficienti. Infine, c’è da capire come gestirmi con il cibo. Non ho idea di quale sarà il mio ritmo e di come reagirà il mio fisico all’incedere dei chilometri. In ogni caso devo garantirmi un numero sufficiente di gel e barrette quantomeno per superare la notte, in attesa dell’apertura del primo bar.

Alle 23,37 di giovedì 10 marzo, dopo un’abbondante cena a base di cassoeula in una trattoria vicino casa – anche in questo caso avevo già prenotato e mi pareva brutto rinunciare – mi ritrovo in mezzo alla strada in sella alla mia Bianchi color celeste. Di fronte a me ci sono oltre 370 chilometri da percorrere e una marea di incognite da affrontare. Ma non è più tempo per i ripensamenti. Con il cuore in gola aggancio finalmente il pedale e parto verso questa impavida e alquanto improvvisata avventura.

I primi chilometri attraversando Milano volano via facili, tanto da farmi dissipare le principali paure. Mi sento forte, eccitato da quello che sto cercando di fare e avvolto da quella tipica sfrontatezza di chi ancora non sa in che cosa si sta cacciando. Mentre spingo un duro rapporto lungo le strade che portano a Peschiera Borromeo, sento persino di avere caldo. In questa situazione del tutto nuova, anche il cielo sopra la periferia di Milano mi sembra bellissimo.

Non senza alcune difficoltà per trovare la strada corretta, supero l’abitato di Casalmaiocco e mi immetto finalmente nella via Emilia: da qui si procederà sempre dritti per almeno 200 km. L’accesso sulla lunga linea d’asfalto che unisce la Lombardia con l’Emilia-Romagna è fonte di nuove preoccupazioni. Ho infatti paura di trovare auto e camion che nella foga della notte possano “farmi il pelo”. Tuttavia, con mia grande sorpresa, constato fin da subito che in strada non c’è nessuno. Ci sono solo io e la mia bicicletta. Tutto il resto è fermo, immobile, sospeso in un silenzio irreale. In un contesto del genere, più che al traffico occorrerà prestare attenzione ai colpi di sonno.

Purtroppo, però, questa situazione idilliaca si interrompe presto. In prossimità di Casalpusterlengo, infatti, l’euforia iniziale lascia il passo al sopraggiungere dei primi problemi. Pedalata dopo pedalata l’umidità della pianura Padana incombe come una scure minacciosa. Gli abiti che nei primi chilometri mi sembravano fin troppo pesanti, iniziano a bagnarsi, mentre il freddo mi fa perdere progressivamente la sensibilità alle mani e ai piedi. Sono già passate le due e ho percorso solo 65 km. Se torno indietro subito non sarò mai a casa prima delle 4, mentre se proseguo, potrò trovare ristoro in un bar non prima di alcune ore. Mi tocca resistere. Speriamo solo di non avere nessun inconveniente meccanico.

Passano una decina di chilometri e arrivo a Piacenza, dove mi attende lo spettacolo della Piazza dei Cavalli completamente deserta: un’immagine che mi restituisce parte di quell’entusiasmo con cui sono partito qualche ora fa. Inoltre, al riparo dai palazzi del centro storico, l’umidità mi concede una piccola tregua. Riprendo a pedalare che sono le 2.40, rifrancato da questi piccoli segnali positivi e con nuovamente il sorriso stampato sulla faccia.

Tuttavia, si tratta di una tregua momentanea. Nel giro di qualche chilometro, quando all’alba mancano ancora circa tre ore, mi accorgo che la mia luce posteriore si è scaricata. Sono seriamente preoccupato. Se la stessa sorte dovesse accadere anche a quella anteriore la situazione potrebbe farsi davvero difficile. Ritornando nel cuore della pianura Padana, inoltre, il freddo torna a farsi sentire in maniera decisa e nella campagna che separa Fiorenzuola da Fidenza, sono costretto a fermarmi per massaggiarmi il piede sinistro, cercando di riattivarne la circolazione. Riparto il prima possibile, spingendo al massimo per innalzare la temperatura corporea. Nella testa ho un solo pensiero: tra meno di due ore troverò sicuramente un bar aperto.

In realtà, la fortuna in questo frangente mi assiste e dopo circa un’ora, quando sono alle porte di Parma, come per miracolo mi appare davanti agli occhi un bar in procinto di aprire. È il segnale che la notte sta per finire e che, nonostante gli abiti inadeguati e la pianificazione piuttosto approssimativa, sono riuscito a superarla indenne.

Passo una buona mezz’ora all’interno del locale, attendendo che si plachi il tremore incontrollabile che mi assale. Quando esco dal bar sono le 5.30. Percorro non più di un chilometro e anche la luce anteriore decide di abbandonarmi, ma ormai non me ne preoccupo più. La strada, infatti, è ben illuminata e il cielo sopra di me inizia rapidamente ad assumere colori crepuscolari. L’ennesima fortuna del principiante.

Rinfrancato dalla sosta e dall’aumento progressivo della luminosità, la mia pedalata torna a farsi possente. Supero di slancio Reggio Emilia e mentre attraverso il fiume Secchia, nella pianura che precede l’arrivo a Modena, tra la foschia si fa largo una splendida alba che fa capolinea oltre l’orizzonte. È un’immagine meravigliosa, che mi ripaga di tutta la fatica fatta sino a ora. Dopo quasi 200 chilometri al freddo posso finalmente godere di un tiepido sole che mi scalda la pelle. Con l’arrivo del giorno, inoltre, scompaiono completamente tutte le mie paure. Anche qualora dovessero sopraggiungere dei problemi, infatti, posso facilmente recarmi a una stazione ferroviaria e raggiungere Siena in completa scioltezza. Da adesso in poi ogni pedalata è un atto di puro godimento.

Giunto alle porte di Bologna, è tempo di lasciare la via Emilia per addentrarmi nella vallata che mi porterà in cima a Castiglione dei Pepoli e, successivamente, all’approdo in Toscana. La salita è molto pedalabile, tuttavia, dopo oltre 250 chilometri resta da capire come reagiranno le mie gambe. Il clima, nel frattempo, è diventato meraviglioso con temperature decisamente fuori stagione.

Pedalo consapevole di quanto non potessi fare scelta migliore. Se fossi sceso in treno a recuperare la macchina, ora sarei in stazione a Milano a rosicare. E, invece, sono qui in mezzo alla natura, con le gambe ancora piene, nonostante il freddo accumulato nelle ore notturne e i tanti chilometri ormai alle spalle.

Mentre sono assorto da questi pensieri meravigliosi mi accorgo che il tempo sta scorrendo inesorabile. Dal campanile di San Benedetto val di Sambro, infatti, risuonano 12 rintocchi. A breve dovrò anche fermarmi a mangiare e per Siena mancano più di 100 km. Il fisico sta bene e la mente mi spinge a dare il massimo, ma rischio seriamente di arrivare in Piazza del Campo che è già buio, questa volta però senza le luci. Potrei rischiarmela, ma non sono così sicuro che ne valga la pena. È stata un’avventura talmente intensa e meravigliosa che, a questo punto, giungere a Siena o fermarsi a Firenze e prendere un treno non mi cambierebbe nulla. Rischio solo di avere qualche imprevisto e vanificare un ricordo che rimarrà impresso per sempre nella mia mente. E poi, devo essere sincero, la fortuna mi sembra di averla già sfidata abbastanza per quest’oggi. Nel mentre scandisco questi pensieri, la decisione è già presa. Ora devo solo raccogliere le ultime forze per arrivare a Castiglione, fare un abbondante pranzo e godermi ogni singolo chilometro che mi separa dalla stazione di Firenze.

Quando arrivo in cima è quasi l’una. Nonostante la giornata di sole in giro non c’è nessuno. Una calma meravigliosa che si inserisce alla perfezione nel paesaggio bucolico sottostante. Trovo subito una trattoria e mi infilo a mangiare. A questo punto posso prendermela con calma e bermi anche una birretta per festeggiare il traguardo ormai vicino. Risalgo in sella e appena qualche curva dopo la trattoria, spunta un cartello con scritto Toscana. Il mio corpo sta nuovamente tremando, ma questa volta non è per via del freddo.

Sono passate 14 ore da quando ieri notte partivo da casa. Oltre 300 km di fuga solitaria per andare a recuperare la mia macchina abbandonata a Siena. Zero pianificazione, solo istinto e sete di avventura. Ripenso brevemente a tutte le volte che avrei voluto girare la bicicletta e ritornare verso casa, eppure, non ho mollato. Adesso, mentre sono fermo al confine con la Toscana, mancano solo poco più di 40 chilometri, per lo più in discesa e finalmente sarò arrivato. Scenderò di sella in una città diversa da quella che avevo originariamente pianificato, ma poco importa. Ormai ce l’ho fatta. Nulla può più fermarmi.

Se, come avevo scritto parafrasando un noto proverbio cinese, l’incontro con il Maury fu quel famoso “primo passo” con cui è incominciato il “viaggio di mille miglia” verso il mondo dei Dannati del pedale, quella notte di marzo ha rappresentato lo snodo fondamentale verso il mio ingresso in quell’ecosistema variopinto chiamato Randonnée. Quell’avventura fu, infatti, un primo assaggio di quanto, al netto di un abbigliamento adeguato, possa essere meraviglioso pedalare nel cuore della notte e di quanto la determinazione sia il motore principale per raggiungere qualsiasi traguardo. Il preludio perfetto a quello che poi è stato il mio 2023 e che ho provato a raccontare in queste pagine.

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