Le randonnée, al pari dei farmaci più potenti, dovrebbero prevedere l’obbligo di prescrizione medica. Troppo alto il rischio di caderne in dipendenza. Una volta imboccato il tunnel delle randonnée, infatti, sarà difficile tornare alla vita di prima.
Perché le randonnée sono il palcoscenico perfetto per fuggire dalla frenesia della vita di città. Si pedala per ore e ore in mezzo alla natura, quasi sempre su strade secondarie, lontano dal traffico e dalle noie del quotidiano.
Le randonnée sono l’espressione più alta del concetto di Libertà. Non discriminano per tipologia di bici e per tipo di approccio scelto. Ognuno può optare per ciò che lo fa stare meglio. Si può pedalare spingendo a tutta o si può giocare con il tempo massimo per godersi a pieno il panorama circostante.
Le randonnée sono sociali. Anche se decidi di partire da solo, è difficile non incontrare qualcuno con cui condividere i tuoi pensieri. Si pedala a contatto con una molteplicità di sensibilità diverse. Si sentono storie di ogni tipo e spesso si incontrano persone straordinarie. Ogni volta che mi trovo in una randonnée, infatti, mi maledico per non aver con me un registratore e poter ricordare le esatte parole dei tanti eroi a pedali che, nonostante il sopraggiungere dell’età e l’affacciarsi di guai fisici di ogni tipo, continuano a trovare la forza per raggiungere traguardi sempre più impegnativi.
Le randonnée sono l’elogio delle differenze. Le generazioni si incontrano, mentre convivono al suo interno delle vere e proprie macchine da watt insieme a persone all’apparenza normalissime. Tra il primo e l’ultimo a tagliare il traguardo spesso passano diverse ore. Molti, addirittura, sono costretti ad abbandonare a metà dello sforzo. Ma la cosa stupenda in questo tipo di manifestazioni è che non esiste un vincitore e un vinto. Tutti vincono per il solo fatto di esserci e di aver sfidato la propria paura di fallire.
Le randonnée sono spigolose e impegnative. Si macinano centinaia di chilometri – mai meno di 200 – affrontando qualsiasi intemperie. Si sfida il freddo della notte e il suo silenzio ovattato e si affronta il caldo torrido dei pomeriggi di mezz’estate. Forse anche per questo che, almeno così mi è stato detto da una persona molto saggia, “un vero randonneur ha i peli anche sul telaio della sua bicicletta”.
Le randonnée sono dei viaggi con sé stessi e la propria fatica. Tanta fatica. Una fatica talmente intensa che ogni volta che ci si approccia al traguardo viene naturare chiedersi il perché di tanto sforzo. Ma è come l’ultimo bicchiere di chi ha appena preso una sbornia colossale. Non fai in tempo a giurare di voler cambiare vita che ci ricaschi di nuovo.
“Amarti mi affatica, mi svuota dentro… Amarti mi consola, mi dà allegria… Qualcosa che riempie, vecchie storie fumanti”. Parafrasando la tragica ballata dei CCCP, anche il randonneur, svuotato dalla fatica del suo ultimo traguardo è subito proiettato a pianificare la prossima grande impresa, come se questa, in fondo, fosse l’unica vera musa in grado di tornare a fargli vivere nuove emozioni.
Perché in fondo il randonneur non è solo un amante della bicicletta. Il randonneur è il Dannato del pedale per eccellenza: una persona talmente emotiva che è costretta ad alzare continuamente la sua personale asticella, alla spasmodica ricerca di quelle emozioni sempre più grandi che sono le randonnée più impegnative sanno dare.
