Era dal 2022 che non partecipavo a una granfondo, e anche in quell’occasione si trattava della Granfondo Strade Bianche. In quel periodo l’idea di spingere sui pedali per fare la media più alta possibile era la mia massima aspirazione. Un agonismo verace, alimentato da una sana competizione con I Fantastici del Maury, il gruppo dei miei compagni di squadra di allora, che ci ha fatto crescere e divertire. Poi, complice il post-Covid, ci siamo sfilacciati e persi di vista. Io, nel frattempo, ho scoperto il mondo delle randonnée e quel modo completamente diverso di intendere la bicicletta, che di fatto ha aperto un capitolo nuovo.
Questa premessa serve per dire che capisco benissimo chi sente il bisogno dell’agonismo, quell’istinto primordiale che è dentro ciascuno di noi, chi più chi meno. Dopotutto ho sempre parlato di ciclismi al plurale, perché la bici ha un’infinità di modi di essere vissuta, tutti meritevoli allo stesso modo. “Ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.
Proprio per questa visione pluralistica della bicicletta, quando K mi ha chiamato dicendo: «Ciao Betta, io e Francesco abbiamo un pettorale in più per le Strade Bianche. Perché non vieni anche tu?» la mia risposta è stata immediatamente affermativa. Mi sembrava un modo carino per fare un salto nel passato e riprendere da dove avevo interrotto. In più il percorso della Strade Bianche è davvero stupendo. Panorami mozzafiato, il fascino degli sterrati e un profilo altimetrico in cui lo spirito randagio che ho imparato a conoscere in questi anni può tornare utile. Tra l’altro mi sono detto: questa è l’occasione giusta per usare l’evento come scusa per rimettermi un po’ in forma.
L’idea mi eccitava. Ho passato le ultime settimane ad allenarmi con costanza, cosa che non succedeva da anni, ed ero contento. Si tornava ai vecchi rituali: la sera prima in albergo mettere il numero sulla bici, preparare la divisa, attaccare il dorsale sulla schiena. Eppure, già dalla notte ho capito che qualcosa in me era diverso. Pur avendo affrontato pedalate di ogni tipo, la notte prima di una granfondo non è mai serena. C’è sempre qualcosa che continua a ronzarmi in testa e che mi rende più vigile, più concentrato.
Una sensazione che cresce già la mattina a colazione e che culmina in griglia, quando abbozzo due chiacchiere con K e Francesco poco prima del via, e che solo i primi colpi di pedale riescono ad annientare. Alla fine, pur non partecipando da tempo a questi eventi, il suono dello start mi restituisce le stesse sensazioni del passato: provare ad accelerare, saltare di ruota in ruota. Ma è una sensazione vana.
Dopo pochi minuti, mi accorgo che continuo a tirare i freni. Per quanto abbia voglia di sgasare, non sento il bisogno di prendere alcun rischio, specialmente oggi che per terra è tutto bagnato. Mi guardo attorno e, nonostante la partenza dall’ultima griglia – almeno quindici minuti dopo i primi – vedo solo gente a testa bassa. Qualcuno impreca perché non gli viene lasciata strada, qualcuno addirittura cade nel tentativo di infilarsi in un sorpasso azzardato.
Arrivano i primi settori di sterrato e la situazione si fa ancora più complicata. Il terreno è pregno di fango e siamo in tantissimi, decisamente troppi, gomito a gomito lungo tratti di strada stretta e tortuosa. Sto pedalando in uno dei paesaggi più belli che conosca, su un terreno sconnesso che mi ha sempre divertito e dato grandi soddisfazioni, eppure la sensazione è quella di essere nel traffico di Milano. Vorrei accelerare, ma c’è sempre qualcuno piantato davanti. E da dietro continuo a sentire urlare: «Destra!», «Sinistra!» da parte di altri concorrenti che sgomitano per cercare di guadagnare qualche posizione. Un vero e proprio purgatorio a pedali, ma tengo duro. Testa bassa e pedalare, come tutti quelle intorno a me. Dopotutto, l’allenamento fatto nelle settimane precedenti sta dando i suoi frutti e la media dopo 50 km è di tutto rispetto.

Il punto di svolta della giornata arriva dopo circa sessanta chilometri, sullo sterrato di Serravalle, quando incrocio di nuovo K e Francesco fermi a bordo strada. Mi fermo a chiedere se è tutto a posto e capisco subito che qualcosa non va. Francesco ha bucato e sta avendo problemi con la bomboletta di CO2. Mentre gli passo la mia pompa, un altro ciclista si avvicina per chiedere aiuto perché non riesce a togliere il copertone. Di fronte a noi sfrecciano centinaia di ciclisti che ci sorpassano di slancio. Ripartiamo dopo diversi minuti, ma a quel punto decido di rallentare. Ho passato le ultime due ore a testa bassa, inseguendo una media che ormai non potrà più esistere. Ed è proprio lì che qualcosa cambia. Smetto di vivere la giornata come una competizione e comincio finalmente a guardarmi intorno.
E più lo faccio, più la tensione si trasforma in disagio. Ripenso a quanto male mi sono vissuto questa esperienza: alla voglia di spingere, alla tensione ingiustificata, a quella sensazione continua di traffico.
Mentre rimugino su queste cose, sullo sterrato di San Michele in Grania il terreno diventa ancora più viscido. La velocità è bassissima, la pendenza si fa sentire, e tre o quattro ciclisti davanti a me finiscono a terra uno dopo l’altro. Quello che mi colpisce non è tanto la caduta, che su questi sterrati può sempre succedere, quanto la reazione attorno. Invece di una parola, di un gesto di empatia, partono solo grida e imprecazioni. Qualcuno sbuffa perché è stato costretto a mettere il piede a terra, qualcun altro urla per guadagnare spazio. Mi sento disgustato. Intanto continuo a vedere carte di gel volare a terra come se fosse la cosa più normale del mondo.
E mentre pedalo, tra uno sterrato e l’altro, mi ritrovo a ripensare a tutto questo e a un certo punto capisco qual è stato davvero il problema della giornata. Non il fango. Non la fatica. Nemmeno l’eccessivo spirito competitivo che mi aveva pervaso all’inizio. Il problema è il silenzio.
Attorno a me ci sono centinaia di persone, eppure non vola una parola. In quasi cinque ore di percorso ho sentito solo respiri affannati, catene che cigolano impastate dal fango e qualche urlo quando qualcuno prova a passare. È il suono della competizione. E mentre pedalo capisco che forse è giusto così. Che tutto questo fa parte del gioco. Solo che non è più il mio gioco. Ed è lì che capisco perché mi sento fuori luogo.

Poi l’arrivo ai piedi del muro di Santa Caterina, stremato e coperto di fango. In lontananza si percepisce distintamente l’urlo della gente che incita noi granfondisti delle retrovie, arrivati fin qui senza energie ma con la sola forza della volontà. E in mezzo a quel rumore vedo in lontananza K che dà il cinque a sua figlia e alla sua compagna, ferme a bordo strada ad aspettarlo. Una fotografia che mi rimarrà impressa nella mente e che dà alle mie gambe quel briciolo di energia necessario per alzarmi sui pedali. Un ultimo scatto e poi lasciare finalmente esplodere tutto nella splendida cornice di Piazza del Campo, abbracciando i miei compagni di avventura, K e Francesco, ritrovati quasi per caso ai piedi dell’ultima salita, dopo aver pedalato per tutta la giornata praticamente da solo. Ecco, solo questi cinque minuti finali valgono il prezzo del biglietto. E mi riconciliano con una giornata molto strana. Una giornata in cui per 130 chilometri ho convissuto con una sensazione di estraneità che, in uno sport come la bicicletta, non dovrebbe esistere.
