Manca poco meno di un anno alla Parigi-Brest-Parigi e io devo assolutamente fare ammenda. Questo blog è nato per raccontare le lunghe distanze cercando di coglierne lo spirito più profondo. Un mondo popolato da persone determinate che, con la loro forza d’animo e la loro semplicità, finiscono spesso per restituirti l’idea che, in fondo, tutto sia possibile. Dopotutto, se persino io, con i miei quasi novanta chilogrammi e una naturale predisposizione a prendere scorciatoie, sono riuscito a completare l’ultima Parigi-Brest-Parigi, allora deve essere davvero qualcosa alla portata di tutti. E sia chiaro, nonostante i dubbi, continuo a pensarlo.
Il problema è che alla portata di tutti non significa affatto facile. Ci sono le ansie organizzative, la consapevolezza di non essere mai preparati quanto si vorrebbe e le continue difficoltà lungo la strada, con il freddo che arriva improvviso al calare della notte, gli animali selvatici che spuntano dietro una curva, il senso di solitudine che ti attanaglia nei momenti di maggiore difficoltà fisica.
Sarà perché la memoria è davvero ingannevole e tende a mettere da parte le crisi, la stanchezza e i momenti di sconforto, lasciando in primo piano soltanto i ricordi più emozionanti delle grandi imprese. Sarà per la mia indole naturalmente “tranzolla”, che mi porta a raccontare anche le situazioni peggiori come se fossero piccoli inconvenienti da risolvere con un sorriso. Fatto sta che, tra queste pagine, posso aver lasciato intravedere una semplicità che non è mai esistita.
Già il mio ritiro alla 999 aveva riaperto qualche dubbio e alimentato parecchie preoccupazioni. Ma, in fondo, non avevo dato loro troppo peso. La Toscana è una realtà a sé stante. Una regione stupenda, che sa perfettamente di esserlo. Ed è forse proprio questa consapevolezza, unita a una certa vanità diffusa, ad aver spinto gli ingegneri toscani a progettare strade folli, sulle quali sei costretto a procedere lentamente per poter ammirare appieno ogni scorcio. Solo così si possono spiegare le sue pendenze disumane, che ti obbligano ad avanzare a zig-zag, o le discese tortuose, nelle quali sei costretto a tenere le mani saldamente aggrappate alle leve dei freni. Un luogo in cui il tempo si ferma. Non in senso figurato, ma perché sei tu a rimanere praticamente fermo mentre pedali.

Ma, al netto della vanità della Toscana, manca meno di un anno alla Parigi-Brest-Parigi e i miei dubbi crescono e si addensano in maniera preoccupante. Leggo su internet che, ciclicamente, anche tra i randonneur più esperti non mancano ritiri improvvisi. Distanze che per alcuni sono ormai una consuetudine, ma che ogni tanto il corpo o la mente sembrano rigettare senza alcun preavviso. Perché, in fondo, questo sport è tremendamente facile e tremendamente difficile allo stesso tempo. In teoria si tratta soltanto di pedalare a un ritmo sufficientemente lento da consentirti di andare avanti pressoché all’infinito, ricordandoti di mangiare con regolarità e tenendoti occupato a chiacchierare per contrastare l’inevitabile noia che, dopo molte ore in sella, prima o poi sopraggiunge. Nella pratica, però, non c’è niente di più difficile che fare violenza al proprio istinto di autoconservazione, quello che ti suggerisce di fermarti al primo albergo, buttarti su un letto e dormire per le successive quindici ore.
E, da questo punto di vista, se le novità aiutano a tenere alta la motivazione, quando una cosa l’hai già fatta tendi inevitabilmente a sottovalutarla. Ti manca quella paura tipica della prima volta, che ti spinge a massimizzare l’impegno, a pianificare ogni dettaglio e a tenere duro pur di poter dire: «Ce l’ho fatta». Forse è questa la mia più grande preoccupazione in vista del nuovo ciclo di qualificazioni, che inizierà tra pochi mesi. Perché la mente umana è uno strumento potentissimo e quando trova le motivazioni giuste riesce a trascinare il corpo verso traguardi impensabili. Ma rifare qualcosa che hai già fatto, per quanto incredibilmente emozionante, non sempre è una ragione sufficiente per chiedergli di superarsi ancora una volta. In fondo, è nella natura umana cercare continuamente una nuova sfida. È un tema che ho affrontato di recente in una bellissima intervista con Sarah Cinquini, che il prossimo anno proverà a stabilire il Guinness World Record nella circumnavigazione del mondo in solitaria. La domanda che le ho posto (e su cui spero di tornare in una prossima intervista al termine della sua impresa) è stata proprio questa: dopo il giro del mondo, cosa farai? Dove troverai la motivazione per affrontare nuove grandi imprese, dopo averne compiuta una che sembra insuperabile per definizione?
Ma anche trovando le motivazioni, riuscendo a rimanere concentrato e a mettere insieme un programma di allenamento coerente con una pedalata così lunga, ci sono cose che non potrò mai controllare: i problemi meccanici, i guai fisici, gli imprevisti della vita. Perché pedalare per novanta ore è logorante e, prima o poi, il corpo presenta il conto. Durante lo scorso percorso di qualificazione, dopo la Milano-Genova-Torino-Milano, seicento chilometri pedalati quasi interamente sotto la pioggia, ho perso la sensibilità alle dita dei piedi per diversi mesi. Dopo la 999, invece, mi sono ritrovato con un pezzo di barba completamente glabro. Alopecia areata, la chiamano quelli che ne sanno. Una possibile conseguenza dei periodi di forte stress: e meno male che in quell’occasione mi sono ritirato dopo solo 400 chilometri. Poi ci sono i guasti meccanici, le giornate storte e gli impegni personali che inevitabilmente finiscono per accavallarsi proprio nelle poche date utili per completare le distanze necessarie alla qualificazione. Tutto deve allinearsi per il verso giusto. Per questo, anche soltanto riuscire a presentarsi ai blocchi di partenza della Bergerie di Rambouillet è tutt’altro che scontato.
Dopo aver detto tutto questo, non posso che ribadire la mia esigenza di fare ammenda. Perché anche l’ansia e la paura fanno parte di questo splendido mondo delle randonnée e questo blog le ha ignorate troppo spesso. Eppure, sono proprio loro il motore che ti tiene sveglio la notte, che ti costringe a prepararti e che, alla fine, ti spinge a superare i tuoi limiti. E, infatti, ora che ci penso, non so se sia per la birra che ho appena bevuto o sia lo sforzo di mettere in fila i pensieri ed elencare tutte queste paure, ma adesso che sto finendo di scrivere sento crescere una voglia incontenibile di buttarmi a capofitto in questo nuovo anno. Di rimettermi in strada, indossare ancora una volta la maglia della Nazionale ARI e tornare a respirare quell’atmosfera unica che soltanto la Parigi-Brest-Parigi sa regalare.
