I randonneur.

I randonneur sono persone uniche nel loro genere: i più dannati tra tutti i dannati del pedale. Sono uomini e donne all’apparenza normalissimi, i classici vicini della porta accanto. Hanno fisici per nulla scolpiti e spesso hanno anche tanti capelli bianchi. Eppure, i veri randonneur sono le persone più forti e invincibili con cui vi capiterà di parlare.

I randonneur se ne fregano dei limiti fisici e mentali di un essere umano, loro vivono la bicicletta in maniera totale. Riescono a stare in sella per giorni interi, senza mai fermarsi e cedere alla fatica. Affrontano salite a ripetizione, anche decine di migliaia di metri di dislivello in sequenza, senza mai smettere di puntare al proprio personale obiettivo. Ognuno con il proprio passo. Ognuno in perfetta armonia con il proprio corpo. Ognuno con la consapevolezza che per ogni eventuale fallimento ci sarà sempre una nuova sfida per potersi rimettere alla prova.

I randonneur pedalano di giorno, di notte, nel freddo rigido dell’inverno e sotto il caldo torrido dell’Anticiclone africano. Non si curano dei violenti temporali che possono coglierli durante le loro imprese o degli animali selvatici che puntualmente attraversano la loro strada durante le notti a pedalare.

I randonneur hanno biciclette modificate per le grandi distanze, accessoriate con dinamo e borse spesso autoprodotte, che gli permettono di pedalare per giorni in totale autonomia, o come dicono loro “in autosufficienza”. A differenza dei loro cugini che fanno le granfondo, non si curano dei graffi sul telaio, anzi ne vanno fieri in quanto ricordi indelebili delle loro avventure.

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Vertical line

Aprile 2021. Ultimo weekend di zona rossa in Lombardia. Le restrizioni alla mobilità impediscono di uscire dal proprio comune se non per motivate ragioni oggettive o per praticare uno spot di movimento come la bici. La punta della Grigna Meridionale è proprio davanti ai miei occhi, 50 chilometri in linea d’aria dalla mia finestra. Fuori, non c’è traffico e i sentieri di montagna sono deserti.

La sveglia presto. La colazione dei campioni. Lo zaino caricato all’impossibile. Decido di portarmi dietro persino una catena da due kg che mi servirà per legare il mezzo una volta giunto ai piedi del sentiero. Pedalo, pedalo, pedalo. Appena preso il mio ritmo iniziano le dure rampe che mi portano a Pian dei Resinelli. Complice lo zaino pesante procedo regolare e piano piano arrivo alla solita panetteria, quella che generalmente raggiungo in macchina prima di iniziare le escursioni sulla Grignetta.

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I dannati del pedale

Andare in bicicletta è una passione ancestrale. Un moto perpetuo che ti spinge a sfidare tutti i tuoi limiti. Una vera e propria dannazione.

“Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Questo dovrebbero affiggere per legge davanti a tutti i negozi di bicilette.

Quado ti approcci al ciclismo non hai idea della spirale nella quale stai per entrare. La prima uscita ti sembrerà, addirittura, una vera e propria tortura. Il respiro sempre più affannato, le gambe che bruciano, dolori in tutto il corpo. Per i più sfortunati, parestesia ai piedi o alle mani.

La sintesi perfetta di questo disagio l’ha espressa Martina, un’amica dallo spiccato spirito d’osservazione. “Come sto? Praticamente come dopo un’epidurale!”

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