MI-GE-TO-MI: un confuso racconto della mia prima randonnée da 600 km.

Ho aspettato qualche giorno prima di iniziare a scrivere questo racconto. Giusto il tempo di far placare il mal di gambe e provare, senza troppo successo, a far riassorbire il formicolio alle dita dei piedi. E pensare che mentre mi accingo a scrivere, alcuni dei miei compagni di avventura stanno partendo nuovamente per qualcosa di ancora più grande – la TransAlp – dimostrandomi sempre di più che in questo sport i limiti fisici e mentali non esistono.

Sono qui alla scrivania, con in sottofondo My Favourite Things di Jonh Coltrane e un buon bicchiere di vino rosso, a cercare di riavvolgere il nastro della Milano Genova Torino Milano, rimettendo in fila i pensieri e, soprattutto, le tante emozioni provate lungo il percorso. Eppure, mentre il sax continua nel suo ritmo leggero e al contempo incessante, mi accorgo di quanto questo resoconto sia del tutto ardito. Saranno state le oltre 37 ore in bicicletta caratterizzate da almeno 25 ore di pioggia ininterrotta, il freddo della notte, gli abiti poco tecnici, l’impossibilità di fermarmi a dormire al dormitorio, le diverse forature, la partenza in ritardo o la strada più volte sbagliata, ma la mia mente è completamente bloccata, come se fosse appena uscita da quel fenomeno che gli psicologi chiamano processo di rimozione.

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Una MiRando decisamente sopra le righe

Una delle tante cose che mi piacciono delle randonnée è che non poi mai fare previsioni su quello che succederà. Così è stato anche alla MiRando di domenica scorsa, 196 km tra il parco Sud e il parco del Ticino. Anche questa volta sono partito da casa in solitaria, immaginando di aggregarmi a qualche gruppetto che avrei incontrato all’inizio del percorso. Purtroppo, però, per via di alcuni problemi con la traccia, dopo pochi metri ero già abbondantemente fuori percorso e ben lontano da tutti gli altri partecipanti. “Stai a vedere che oggi mi tocca fare 200 km in completa solitudine”.

Una volta rientrato sul percorso, lascio la ciclabile del Naviglio Pavese per addentrarmi nelle stradine lungo i campi. Con la coda dell’occhio scorgo dietro di me un ciclista in sella a una gravel. Nemmeno il tempo di accorgermene che mi sorpassa a velocità doppia sparendo dietro la prima curva. “Non esiste che mi faccio staccare da un ragazzo con le ruote tassellate!”.

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