Ho aspettato qualche giorno prima di iniziare a scrivere questo racconto. Giusto il tempo di far placare il mal di gambe e provare, senza troppo successo, a far riassorbire il formicolio alle dita dei piedi. E pensare che mentre mi accingo a scrivere, alcuni dei miei compagni di avventura stanno partendo nuovamente per qualcosa di ancora più grande – la TransAlp – dimostrandomi sempre di più che in questo sport i limiti fisici e mentali non esistono.
Sono qui alla scrivania, con in sottofondo My Favourite Things di Jonh Coltrane e un buon bicchiere di vino rosso, a cercare di riavvolgere il nastro della Milano Genova Torino Milano, rimettendo in fila i pensieri e, soprattutto, le tante emozioni provate lungo il percorso. Eppure, mentre il sax continua nel suo ritmo leggero e al contempo incessante, mi accorgo di quanto questo resoconto sia del tutto ardito. Saranno state le oltre 37 ore in bicicletta caratterizzate da almeno 25 ore di pioggia ininterrotta, il freddo della notte, gli abiti poco tecnici, l’impossibilità di fermarmi a dormire al dormitorio, le diverse forature, la partenza in ritardo o la strada più volte sbagliata, ma la mia mente è completamente bloccata, come se fosse appena uscita da quel fenomeno che gli psicologi chiamano processo di rimozione.
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