La sindrome di Galois, così mi è stato detto in una piacevole sera di mezz’estate, è quella tendenza a procrastinare una certa azione fino all’ultimo istante per poi compiere uno sforzo immane e a tratti autolesionista per portarla a termine entro le scadenze prestabilite. Una gestione del tempo del tutto divergente con il ciclismo – sport meraviglioso e liberatorio – che richiede dedizione e costanza per essere praticato a un livello tale da non lasciare dolorosi rimpianti nei giorni successivi alle pedalate più esigenti.
Eppure, non c’è niente da fare. Nonostante continui a ripetermi i soliti buoni propositi, ogni anno tra ottobre e novembre mi ritrovo quotidianamente a fissare i rulli accanto alla poltrona, trovando sempre una buona scusa per rimandare l’inizio degli allenamenti o a passere le domeniche sotto le coperte promettendomi che la settimana successiva sarà quella buona per riprendere a macinare chilometri. Procrastinare, procrastinare, procrastinare!
Questa inguaribile pigrizia, alimentata da un Autunno particolarmente ricco di delusioni personali, ha trovato il suo apice lo scorso anno, quando con la bilancia pronta all’ammutinamento e meno di quattrocento chilometri percorsi negli ultimi tre mesi, mi sono fatto trovare del tutto impreparato al sopraggiungere del primo appuntamento stagionale: la Randonnée del Solstizio d’Inverno, con i suoi 195 chilometri da percorrere in notturna attorno al lago di Garda.
Seppur non si trattasse di un’impresa impossibile, avevo più volte affrontato questo tipo di distanze, devo ammettere che stavo cercando una scusa per “paccare”. Mi spaventava l’idea di partire con una condizione psico-fisica precaria, rischiando di rimanere bloccato nel cuore della notte, con i bar ancora chiusi e un’eventuale lunga attesa prima di poter trovare un mezzo pubblico in grado di riportami al punto di partenza.
Mentre mi interrogavo sul da farsi, combattuto tra l’esigenza di evitare un’ennesima delusione in questo difficile periodo e la necessità di provare a invertire la rotta attraverso quella che a tutti gli effetti si sarebbe configurata come una nuova sfida personale, un provvidenziale raffreddore è intervenuto a sciogliere ogni dubbio.
È venerdì 16 dicembre, la vigila dell’evento, e dopo due giorni caratterizzati da una certa fatica respiratoria, non mi resta che comunicare ai miei compagni l’inevitabile forfait. Nonostante questa saggia decisione, il pensiero della randonnée mi accompagna per tutta la giornata successiva. Decido di ignorarlo e di sommergerlo con altre frenetiche attività. Pranzo al sushi e poi di corsa allo stadio – novanta minuti di cori, salti e birrette – per vedere la squadra della mia città diventare Campione d’Inverno nel campionato di serie C.










Rientro a casa per un ultimo brindisi insieme a Lorenzo e Gianluca, due amici con cui condivido la passione per il calcio di periferia, ma mi accorgo che non riesco a prestargli minimamente attenzione. Nella mia testa, infatti, il pensiero alla randonnée è diventato un assillo.
Decido di farmi coraggio e dare fiato a questa inspiegabile voce interiore: «Raga, io devo andare! Se mi avvio entro mezz’ora posso ancora arrivare in tempo»
«Tu sei un matto! Cosa credi di fare dopo una giornata del genere?»prova a convincermi Lorenzo. «E poi è notte, fa freddo e hai una tosse terribile. Come minimo vomiti il sushi dopo i primi chilometri».
Apparentemente sembrano ottime argomentazioni, ma quando l’istinto decide che è giunto il momento di montare in sella è pressoché impossibile contrapporgli qualsiasi discorso razionale.
Il tempo stringe. Sistemo la bicicletta e preparo di fretta una pasta da mangiare durante il viaggio. Metto nel portafoglio un adesivo con scritto “Cinisello Tamarra e Antifascista” che mi era stato regalato da una persona sempre pronta a spronarmi. Dato il contesto, anche un piccolo amuleto può fare la differenza.
Saluto i miei amici e guido in autostrada per oltre due ore con l’entusiasmo di un bambino. Quando arrivo ad Arco ho giusto qualche minuto per parcheggiare e ritirare la carta di viaggio che è già ora di partire. Fortunatamente, scorgo subito i miei compagni con cui originariamente avevo pianificato di condividere questa strana avventura. Mi guardano perplessi, ma non fanno troppi commenti. Sanno benissimo che per me sarà una notte molto lunga: non è il caso di infierire.
Alle 20.30, quando sto per dare il primo colpo di pedale, vengo assalito dai primi dubbi. Mi balza alla mente il libro che sto leggendo in questi giorni: “Ma chi te lo fa fare?” di Giacomo Pellizzari. Eppure, nonostante solo in questo momento mi renda conto di non saper rispondere a una domanda così semplice, non ho più spazio per i ripensamenti. Non posso tirarmi indietro dopo aver percorso centinaia di chilometri in macchina inseguendo una vocina nella testa che non ne voleva sapere di lasciarmi in pace. Devo farlo per me stesso, per dare un senso a questo periodo difficile, e poi che figura ci farei con i miei amici che hanno tanto insistito perché lasciassi stare?
Come prevedibile, i primi dieci chilometri sono un calvario. La tosse non mi dà tregua e le gambe non ne vogliono sapere di girare, ma il contesto circostante, mi ripaga di ogni fatica. La prima parte del percorso, da Arco fino a Santa Massenza e ritorno, si svolge prevalentemente all’interno della ciclabile del Sarca che corre stretta e sinuosa in mezzo alla natura. Oltre centosessanta randonneur, ormai sgranati in piccoli gruppetti, con le loro luci e i loro giubbotti catarifrangenti, danno vita a una lunga processione a pedali che illumina la notte sotto un cielo pieno di stelle. Intorno a noi un silenzio irreale, interrotto solamente dal fruscio delle nostre ruote e dallo stridere sordo dei freni inumiditi dalla rugiada.
È già passata la mezzanotte. Rientriamo ad Arco per il primo ristoro e dopo aver percorso un breve tratto di ciclabile, raggiungiamo la punta del lago di Garda. Da qui in poi ci attendono solamente strade principali ormai completamente libere dal traffico motorizzato.
Pedalo contratto, assorto dalla preoccupazione per la mia tenuta fisica. “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”, scandisco ossessivamente nella mia testa, come quel “tizio” che cade da un palazzo di cinquanta piani nel bellissimo film di Mathieu Kassovitz.
La temperatura è pungente ma stranamente gradevole, con il termometro che non scende mai sotto i due gradi. Alla nostra destra le sfarzose luminarie natalizie colorano i paesi affacciati sul lago e si riflettono tra le onde. In questo scenario meraviglioso, con l’aria fresca che scivola sulla faccia e l’odore di umidità che avvolge tutto ciò che c’è intorno, mi rendo conto di quanto pedalare sia molto più che un semplice passatempo. Solo la bicicletta, infatti, è in grado di richiamare ricordi e sensazioni che coinvolgono i cinque i sensi e con i quali puoi lasciarti alle spalle le frenesie della quotidianità. Un qualcosa che forse non si può raccontare fino in fondo: per capirlo occorre viverlo anche per un solo momento.
Questa consapevolezza mi riempie di energia. Pedalata dopo pedalata i timori della partenza e tutte le frustrazioni accumulate in questi difficili mesi vengono spazzate via. Esaltato da questo senso di libertà ritrovata, mi dimentico del mio scarso livello di allenamento e incomincio a spingere in testa al gruppo. Una scelta che ben presto inizio a pagare, ma fortunatamente siamo vicini al prossimo punto di controllo.
Situato all’interno di un McDonald’s, il check point di Peschiera si mostra in tutto il suo assurdo contrasto. L’architettura standardizzata del fast food più famoso del mondo fa da palcoscenico all’arrivo di centosessanta anime randagie, mentre nel porticato antistante all’ingresso decine di bicilette sono parcheggiate attorno a un grosso cartello che ne vieterebbe l’accesso.
Timbriamo la carta di viaggio tra gli sguardi perplessi dei clienti abituali e ripartiamo avvolti da una fitta nebbia. L’orologio segna le due e al traguardo mancano ancora più di ottanta chilometri. Se tutto va bene non arriveremo prima di tre ore e mezza.
Questa amara considerazione mi demoralizza e il corpo, ma forse ancora di più la testa, sembrano darmi i primi segnali di cedimento. Appena superato Desenzano, infatti, tra ripetuti colpi di tosse, inizio ad avvertire un forte dolore alle ginocchia. La situazione precipita definitivamente sul falsopiano che porta a Moniga del Garda, dove perdo le ruote dei miei compagni e mi ritrovo a pedalare solo nel silenzio della notte.
Sono a un passo dal cedere, ma non mi perdo d’animo. Con l’esperienza ho capito che per affrontare lunghe distanze è fondamentale saper gestire gli imprevisti e gli inevitabili momenti di crisi come questo, galleggiando tra le emozioni – come un equilibrista – senza farmi prendere dall’entusiasmo o travolgere dallo sconforto. Una randonnée, infatti, anche in una versione ridotta di 200 chilometri, è l’elogio della pazienza.
Decido di rallentare, riprendere fiato e allungare le gambe. Ripenso alle paure della vigilia e alle ragioni profonde che mi hanno portato ad essere qui questa notte. Non voglio mollare. Non posso mollare.
Questa consapevolezza rafforza la mia determinazione e in qualche chilometro la pedalata dapprima pesante si fa sempre più agile ed efficace. Con l’aiuto di Giampietro, che nel frattempo si era fermato ad aspettarmi, raggiungiamo l’ultimo punto di controllo situato in prossimità di un distributore di benzina dove, per dimostrare il nostro passaggio, ci viene chiesto di indicare sulla carta di viaggio il prezzo giornaliero del diesel. Approfittiamo della sosta forzata per ricompattarci e mangiare una barretta. Dopo pochi minuti, mentre dal campanile di Toscolano Maderno risuonano quattro rintocchi, siamo pronti nuovamente a ripartire.
Percorriamo i restanti trentacinque chilometri a ritmo regolare, godendoci l’irreale silenzio attorno a noi. In questa fase relativamente più tranquilla, come un miraggio, ci sorpassa a velocità doppia una donna di mezza età in sella a una mountain bike con una generosa sezione di ruote tassellate. Stropiccio gli occhi incredulo pensando sia un’allucinazione dovuta alla privazione del sonno, ma mi viene subito detto che quella è Gabi Winck, una delle randonneur più forti d’Europa, venuta qui per testare la nuova bici in vista dell’imminente partecipazione all’Atlas Mountain Race: una follia a pedali di oltre 1300 chilometri e più di ventimila metri di dislivello lungo le strade polverose del Marocco.
Ora che il traguardo si fa sempre più vicino, realizzo che se la paura di fallire non avesse caratterizzato questa assurda vigilia, oggi sarei partito da casa per tempo, avrei evitato una giornata di bagordi e tutto sarebbe stato decisamente più facile e ordinario. Eppure, mentre mi appresto a dare fondo alle ultime pedalate, ho sempre più la certezza che siano state proprio quelle scelte incoerenti a rendere questa nottata indimenticabile.
Mentre elaboro questi pensieri, la vista del cartello stradale della città di Arco, meta finale di questa avventura, arriva dritta al cuore portando in dote emozioni contrastanti. Se non fossi così stanco e assonnato penso che troverei la forza per prendere un martello e spaccare il telaio della mia bicicletta. Al contempo, però, non riesco proprio a togliermi dalla faccia questo sorriso ebete.
Sono ormai passate le cinque e l’alba ancora è lontana. Chiudo per un momento gli occhi e ripenso a questi 195 chilometri. Mi ritorna nuovamente alla mente il libro di Pellizzari, ma questa volta ho le idee molto più chiare che alla partenza. Prendo allora il telefono per mandare un vocale ai compagni dello stadio e senza volerlo mi accorgo che sto urlando.
«CE L’HO FATTA!».
Quattro semplici parole, forse non del tutto coerenti con la domanda di fondo del libro, che racchiudono quella voglia di riscatto e quell’indisponibilità ad arrendersi alla logica della ragione che in una notte così intensa contano più di ogni altra cosa.
