Un nuovo contributo che ho scritto per il n.24 del Randagio, il magazine dei Randonneur italiani.
Domenica 28 dicembre, a Somma Lombardo, in provincia di Varese, è andata in scena la North Lake 200, ultimo appuntamento randagio del 2025, organizzato dal Gruppo Ciclistico Libero Ferrario. Una giornata gelida, con il termometro inchiodato sui meno tre gradi alla partenza, ma illuminata da un sole limpido che ha reso la pedalata sorprendentemente piacevole. Oltre centoventi iscritti chiamati a smaltire i panettoni dei pranzi natalizi completando l’anello del Lago Maggiore, in senso orario, per un totale di 183 chilometri quasi interamente pianeggianti.
La finestra di partenza era fissata tra le 8.00 e le 9.00. Un’ora intera, sulla carta. Nella realtà, chi frequenta le randonnée lo sa bene: alle 8.00 in punto il grosso del gruppo è già incolonnato, pronto a scattare. Una partenza “alla francese” che, puntualmente, si trasforma in una partenza “alla svizzera”, precisa e inappellabile. Non le 8.07, non le 8.20. Le 8.00, e basta.
C’è qualcosa di istintivo, quasi irrazionale, in questa fretta collettiva. Come se la festa, quella vera, iniziasse solo in quell’istante preciso. E se non sei nel gruppo quando le prime ruote iniziano a girare, rischi di perderla per sempre. Perché una randonnée non è solo chilometri, tabelle di marcia e controlli, ma è anche e soprattutto un momento di condivisione. Le chiacchiere prima della partenza, le battute sul freddo che intorpidisce le dita, gli sguardi rapidi per capire a quale ruota conviene accodarsi nei primi chilometri, sono parte integrante e imprescindibile dell’evento.
Se però, quando sei in macchina a pochi chilometri dal punto di ritrovo e stai già pregustando la babele di accenti provenienti da tutta Italia che racconta e pianifica grandi avventure a pedali, ti accorgi di aver dimenticato a casa la giacca pesante, l’unico indumento davvero indispensabile nel gelo di questo 28 dicembre in riva al Lago Maggiore, capisci subito che qualcosa si è rotto. Per quanto tu possa tornare indietro, fare tutto di corsa e rimetterti in strada, sai già che la partenza collettiva non ti aspetterà. E con lei, probabilmente, se ne andrà anche una parte della festa.
Quando finalmente raggiungi il punto di partenza, infatti, il piazzale è vuoto. Nessuna voce, nessun brusio. Davanti a te c’è solo strada. Partire dal fondo o, come in questo caso, quando il fondo non esiste più, dà una sensazione strana, quasi di colpa. Come se stessi facendo qualcosa di sbagliato e stessi tradendo lo spirito stesso della randonnée.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: ha senso una randonnée così? Ha senso pedalare per tutta la giornata inseguendo qualcosa che è già partito senza di te? Oppure, perdendo la partenza, si perde anche l’anima dell’evento, riducendo tutto a una lunga pedalata individuale, magari bella, ma profondamente diversa?
Non è una questione di solitudine. In manifestazioni enormi come la Parigi-Brest-Parigi mi è capitato spesso di cercarla volontariamente. Di staccarmi dal gruppetto di amici con cui ero partito per spegnere le voci esterne e lasciare spazio solo ai miei pensieri. Ma in quei momenti sai che attorno a te c’è una marea umana invisibile. Sai che basta rallentare, fermarsi, o semplicemente voltare lo sguardo, per ritrovare qualcuno con cui scambiare due parole. In quei casi, l’isolamento è una scelta. Qui, invece, è una condizione.
Come se non bastasse, alla partenza della North Lake 200 non ero nemmeno davvero solo. Con me, infatti, c’era un amico di vecchia data. Il classico ciclista “poco raccomandabile” che ha tanti chilometri nelle gambe e per il quale recuperare il resto del gruppo diventa una questione di principio. Sapere che avrei passato la giornata con lui, partendo dal fondo, invece di rassicurarmi mi metteva addosso un’ulteriore inquietudine. Perché quando sei in ritardo con uno così al tuo fianco, sai già come andrà a finire: niente indulgenza, niente tempi morti. Si andrà forte. Molto forte. Troppo forte.
Tutto questo ha reso la partenza dal fondo ancora più ambigua. Da un lato temi di aver perso lo spirito e il calore della randonnée, dall’altro sai che ti aspetta una giornata a ritmi che con la filosofia Audax rischiano di avere poco a che fare. Ti chiedi se stai per vivere una lunga distanza o un inseguimento. Se stai andando a una festa o se stai solo cercando di rientrarci a forza.
Eppure, anche questa tensione, col passare dei chilometri, trova una sua risoluzione. Perché è proprio grazie a quel ritmo sostenuto, a quei chilometri tirati senza chiedere il cambio, che i primi gruppetti iniziano a materializzarsi. Un cenno del capo, una ruota condivisa per qualche chilometro, spesso senza bisogno di parlare. Non c’è l’energia della partenza collettiva, è vero. Ma c’è un’intesa diversa, più sottile, fatta di sguardi e di ritmo. Non torni mai davvero dentro la massa, ma entri in una corrente laterale fatta di incontri più o meno brevi.
A rendere tangibile questa presenza diffusa ci pensano tutti i volontari ai ristori, sempre pronti a una parola di conforto, a un sorriso, a un incoraggiamento detto nel momento giusto. Non importa se sei in anticipo o in ritardo, se stai inseguendo o sei stato inseguito, per loro sei parte dell’evento allo stesso identico modo.
E poi c’è il ristoro abusivo organizzato dai Randagi Prealpini, comparso quasi per magia in cima all’unica salitella di giornata. Un tavolino improvvisato, qualche thermos caldo. Nulla di ufficiale, nulla di dovuto. Solo persone che hanno scelto di esserci.
E tutto questo ti fa rendere conto che non serve essere fisicamente tutti insieme per sentirsi parte di qualcosa. Anche quando pedali lontano dal gruppo principale, anche quando per chilometri non vedi nessuno, la presenza degli altri è costante. Sai che, nell’arco di pochi minuti, lungo le strade che abbracciano il lago, si stanno scrivendo tante storie diverse, eppure, tutte dannatamente simili.
È lì che capisci che lo spirito della randonnée non vive solo nella partenza collettiva, né nella compattezza del gruppo. Vive nella consapevolezza di essere parte di una comunità che esiste anche a distanza, anche quando la festa la stai inseguendo invece di viverla dall’inizio. Perché quella festa, in realtà, non è mai tutta in un punto solo. È sparsa lungo la strada. E prima o poi, a una ruota, la ritrovi sempre.
