Sedersi al tavolo degli adulti: la strada che unisce due panchine

Per chi, come me, è cresciuto in una famiglia del Sud, uno dei ricordi più nitidi dell’infanzia è quello delle grandi tavolate organizzate in occasione delle ricorrenze. Il rituale seguiva sempre lo stesso ordine. A capotavola sedeva il maschio più anziano, generalmente il nonno. Accanto a lui prendevano posto gli altri uomini della famiglia e, via via che ci si avvicinava all’estremità opposta, arrivavano le donne. Eh sì, il patriarcato, a quei tempi, riusciva a trovare il proprio posto a tavola anche nelle famiglie che si consideravano più progressiste.

Accanto alla tavola principale ce n’era poi sempre un’altra, più piccola, rumorosa e decisamente meno ordinata. Era il tavolo di noi bambini, un’istituzione tradizionale che sanciva quella rigida divisione generazionale destinata a riproporsi, in forme diverse, anche nei ritiri con la squadra di sci e in tanti altri momenti della vita sociale. Per anni il tuo posto era quello. Eri felice di occuparlo e non avevi alcun motivo per metterlo in discussione. Poi, improvvisamente e senza che nessuno si prendesse la briga di avvertirti, un giorno scoprivi che la tua sedia era stata spostata. Ti ritrovavi seduto insieme agli adulti, ad ascoltare discussioni di politica e storie di lavoro. Tutti racconti che fino al giorno prima avevi percepito come un brusio indistinto proveniente dal tavolo accanto. Ma il vero rito di passaggio arrivava quando qualcuno ti versava il primo assaggio di vino rosso. Lo bevevi con la curiosità e lo straniamento di chi si è appena infilato nella tana del Bianconiglio, affascinato dal mondo che gli si apre davanti, ma ancora convinto di non appartenervi davvero. Quell’immagine di me bambino, seduto per la prima volta al tavolo degli adulti, mi è tornata in mente sabato sera a Degioz. Anche questa volta ero affascinato dalle persone che avevo intorno, incuriosito dalle loro storie e, in fondo, convinto che in mezzo a quei giganti io fossi soprattutto un imbucato.

Dopotutto, si trattava di una cena importante, anche se non certo per l’abito scuro. Infatti, nonostante fossimo quasi tutti in abbigliamento sportivo, pronti ad andare a dormire presto e con una sveglia impietosa già programmata, mentre aiutavamo ad apparecchiare e a preparare da mangiare, era impossibile non avvertire il significato particolare di quella serata. Eravamo ospiti di Lara e Francesco, i genitori di Giorgio. Dopo la scomparsa del figlio hanno fondato l’associazione La Panchina dell’amicizia di Gio, trasformando il dolore in iniziative concrete contro il disagio giovanile. La prima di queste panchine si trova proprio a Degioz, il piccolo paese della Valsavarenche nel quale la famiglia trascorreva le vacanze e dove, nei momenti più difficili, ha trovato una comunità capace di starle accanto. Eravamo arrivati fin lì perché la mattina successiva avremmo pedalato per collegare quella prima panchina con l’ultima, collocata a Gallarate: 250 chilometri e quasi 3.300 metri di dislivello. Molto di quello che c’era da dire su questa bellissima iniziativa l’ho scritto su Cicloweb, per cui non voglio tediarvi di nuovo. Qui mi interessa raccontare di come la bici sia un mezzo straordinario. Un mezzo che mette in connessione non solo i luoghi, ma anche i pensieri, i gesti e soprattutto le persone.

D’altra parte, non può essere del tutto casuale che Manuel, la mente dietro questa bellissima iniziativa, abbia scelto di coinvolgere proprio quei giganti che ora sono seduti al tavolo accanto a me. Chi è abituato a trascorrere giornate e notti intere in bicicletta, infatti, sviluppa una sensibilità particolare verso la fatica degli altri. Non perché pedalare a lungo renda automaticamente persone migliori, ma perché prima o poi obbliga tutti a fare i conti con una crisi, con la paura di non farcela e con il bisogno che qualcuno rimanga accanto. E allora, per convincerli, Manuel non si è limitato a proporre una buona causa. Ha pensato bene di rendere interessante anche la strada, alzando l’asticella e andando a caccia di salite quando sarebbe stato molto più semplice puntare sulla pianura. In fondo, se vuoi attirare certi personaggi, 250 chilometri potrebbero non bastare.

Ed è proprio Manuel a raccontare a Lara e Francesco come ha messo insieme quella compagnia. Io sono qui non tanto per meriti sportivi, quanto per una certa propensione a raccontare storie. Poi c’è Michelangelo Pacifico, uno dei più forti ultraciclisti italiani. Manuel lo ha conosciuto durante l’edizione più dura di sempre della Valcamonica Extreme, che quell’anno prevedeva circa 7.000 metri di dislivello in appena 200 chilometri. Le condizioni meteorologiche avevano reso tutto ancora più complicato, tanto che soltanto loro due riuscirono a portare a termine la prova. A organizzare quella piccola manifestazione di sadismo ciclistico era Fulvio Gambaro, detto il Ciclofachiro, anche lui, naturalmente, seduto al tavolo accanto a me. Gli altri sono arrivati più o meno allo stesso modo, incontrati nelle randonnée e nelle manifestazioni di lunga distanza. Accanto a me siedono persone che hanno completato l’Alpi 4000, la Londra-Edimburgo-Londra e collezionato imprese che, raccontate tutte insieme, finiscono per alterare il significato delle parole “lungo” e “difficile”. C’è poi una nutrita pattuglia dell’ASD Insubria Sport, che insieme a Manuel si è fatta carico dell’organizzazione, mettendo a disposizione i mezzi per portarci fino a Degioz e contribuendo economicamente all’iniziativa. E c’è Giorgia, che ha completato un Ironman mentre era incinta e ha partecipato ai Mondiali di extreme triathlon, che, per chi non lo sapesse, significa affrontare più o meno le distanze di un Ironman, ma in scenari nei quali qualcuno ha pensato bene di aggiungere laghi gelati, dislivelli spropositati, corse oltre i 3.000 metri di quota e altre amenità del genere. Infine, c’è anche Umberto. Non io, un altro Umberto. Lui ha pedalato praticamente ovunque ed è appena rientrato da una prova di ultracycling da Girona a Monaco di Baviera. La sua presenza mi permette almeno per qualche secondo di associare il mio nome a un’impresa degna di nota.

E mentre Manuel presenta i partecipanti, comincio a chiedermi quanti chilometri siano seduti intorno a quella tavola. Non quelli percorsi in una vita, perché il conto diventerebbe semplicemente impossibile, ma considerando soltanto quelli pedalati dall’inizio dell’anno. Se è vero che la circonferenza della Terra misura poco più di 40.000 chilometri, ho il sospetto che, sommando tutte quelle gambe, potremmo averla già completata almeno quattro volte. Circa 160.000 chilometri raccolti intorno allo stesso tavolo. E io che pensavo che i miei 6.000 chilometri da inizio anno fossero un bel traguardo.

Eppure, al di là dei chilometri e delle imprese, quella cena è stata un momento davvero speciale, forse persino più della pedalata. La storia di Lara e Francesco era lì con noi, senza bisogno di occupare ogni conversazione. Dava un senso alla nostra presenza, ma non trasformava la serata in una commemorazione. Dopo la morte di Giorgio, infatti, i suoi genitori hanno scelto di mantenerne vivo il ricordo creando occasioni concrete di incontro e forme di sostegno diretto per altri ragazzi e altre famiglie. La panchina stessa nasce per offrire alle persone la possibilità di conoscersi, condividere esperienze e fare qualcosa insieme. Non è soltanto un simbolo della memoria, ma un invito all’azione e quella sera il risultato di questa iniziativa era davanti ai nostri occhi. Persone che fino a poche ore prima non si conoscevano preparavano insieme la cena, si passavano i piatti e parlavano come se avessero già condiviso molta più strada di quella che avrebbero percorso il giorno successivo.

Per quanto mi riguardava, poteva anche finire tutto lì. Avevo ascoltato una storia di quelle che ti fanno pensare, conosciuto persone straordinarie e condiviso la cena con alcuni dei miei miti a pedali. Considerato il parterre con il quale avrei dovuto confrontarmi il giorno successivo, avrei potuto tranquillamente salutare tutti, caricare la bicicletta in macchina e tornare a casa con la coscienza perfettamente pulita. E, in effetti, il pensiero di lasciare stare mi ha tormentato tutta la notte, ma al risveglio mi sono fatto coraggio. Dopotutto avrei tranquillamente potuto trovare diverse vie d’uscita lungo il percorso in caso di problemi. E poi pedalare quando è ancora buio è sempre stata una delle cose che preferisco. Tutto intorno sembra scomparire e il mondo si riduce unicamente al piccolo cono di luce proiettato dal faro sulla strada, con le luci rosse posteriori a disegnare nel buio una sorta di processione laica.

Una volta terminata la discesa al buio, poi, sono ricominciate le chiacchiere. I racconti della sera precedente erano ripresi esattamente dal punto in cui erano stati interrotti. Ed è proprio pedalando che ho avuto modo di constatare quanto fosse vera l’impressione maturata la sera prima. Chi affronta le lunghe distanze sviluppa un modo particolare di stare insieme. Certo, in salita ognuno procede con il proprio passo. Non potrebbe essere altrimenti, ma anche chi ha una gamba spaziale non sente il bisogno di andare a tutta. In cima ci si aspetta, ci si ricompatta e si riparte insieme. A un certo punto, sulla salita che porta a Oropa, alcuni compagni davanti a me hanno persino cominciato a cantare a squarciagola, mentre io, sul punto di staccarmi, cercavo ossigeno disperatamente. Eppure, nonostante la fatica, non mi sono sentito affatto fuori posto. Nessuno stava dimostrando niente a nessuno e nessuno sembrava preoccupato del tempo impiegato. Per alcuni quel ritmo era una passeggiata, per me decisamente meno, ma continuavamo a essere lo stesso gruppo. Chilometro dopo chilometro, la paura di non riuscire a tenere le loro ruote perdeva completamente di importanza.

All’arrivo l’emozione è stata ancora più grande. Il cortile di Gallarate nel quale si conclude la manifestazione era gremito di persone venute ad aspettarci. Il cerchio aperto a Degioz si chiudeva tra abbracci e sorrisi. Se avessi saputo fin dall’inizio chi sarebbero stati i miei compagni di viaggio, probabilmente, la paura di non riuscire a stare con loro mi avrebbe convinto a rimanere a casa, perdendomi tutto questo. Poi Lara e Francesco ci hanno regalato una maglietta sulla quale è riportata una frase scritta da loro figlio: «Troppi di noi non vivono i loro sogni perché stanno vivendo le loro paure». L’ho letta e riletta con un sorriso amaro, pensando a tutte le volte in cui lasciamo che sia la paura a decidere al posto nostro. Ma questa volta, anche grazie a Lara, Francesco, Manuel e a tutti i miei compagni di viaggio, non le ho dato ascolto e ho scoperto che, al tavolo degli adulti, c’è davvero posto per tutti.

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