Road to qualcosa…

Per le persone come me non è mai facile trovare le motivazioni per ripartire dopo aver raggiunto un obiettivo a lungo sognato, pianificato e alla fine realizzato. Non si tratta solo del nomale appagamento che tende ad assopire – per fortuna solo temporaneamente – la nostra sete di avventure. La preparazione per arrivare pronti all’evento sognato da tempo, con i suoi costanti sforzi, la pianificazione attenta e le inevitabili paure, è indissolubilmente legata al traguardo che si vuole superare. Un percorso lungo e tortuoso che si riverbera in quell’attesa leopardiana, che per me rappresenta l’essenza stessa del piacere.

Passato il grande evento, tagliato il traguardo tanto agognato, tutto questo svanisce: si riparte nuovamente da zero. Occorre, allora, trovare nuovi modi per dare un senso alla fatica. Incanalare la propria passione per trovare l’ennesimo obiettivo che consenta di riuscire a superarsi. Più grande è il traguardo raggiunto, più difficile sarà trovare la forza per rimettersi in moto.

In quest’ottica, per me che fino a un paio di anni fa non avevo mai immaginato si potesse pedalare per più di 200 chilometri nella stessa giornata, l’aver tagliato il traguardo della Parigi Brest Parigi è stato un fattore completamente destabilizzante: un’emozione profonda che inevitabilmente ha lasciato un enorme vuoto dietro di sé.

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Una MiRando decisamente sopra le righe

Una delle tante cose che mi piacciono delle randonnée è che non poi mai fare previsioni su quello che succederà. Così è stato anche alla MiRando di domenica scorsa, 196 km tra il parco Sud e il parco del Ticino. Anche questa volta sono partito da casa in solitaria, immaginando di aggregarmi a qualche gruppetto che avrei incontrato all’inizio del percorso. Purtroppo, però, per via di alcuni problemi con la traccia, dopo pochi metri ero già abbondantemente fuori percorso e ben lontano da tutti gli altri partecipanti. “Stai a vedere che oggi mi tocca fare 200 km in completa solitudine”.

Una volta rientrato sul percorso, lascio la ciclabile del Naviglio Pavese per addentrarmi nelle stradine lungo i campi. Con la coda dell’occhio scorgo dietro di me un ciclista in sella a una gravel. Nemmeno il tempo di accorgermene che mi sorpassa a velocità doppia sparendo dietro la prima curva. “Non esiste che mi faccio staccare da un ragazzo con le ruote tassellate!”.

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Il Maury e quel “maledetto” primo passo verso la Dannazione

Secondo un antico proverbio cinese, “anche un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo”. In bicicletta, come nella vita quotidiana, solo delle volte questo moto inziale avviene consapevolmente, agognando a una meta ben nota. Nella maggior parte dei casi, invece, è solo la buona sorte che ci porta a incedere per la prima volta verso una direzione ancora tutta da costruire.

Mi è sempre più chiaro, infatti, che se ad oggi non so ancora dove mi trascinerà questa passione per la bicicletta – se davvero mi porterà sul prato di Rambouillet al termine di un’infinta Parigi Brest Parigi o mi spingerà verso quei grandi e piccoli traguardi che giorno per giorno affiorano nella mia testa di Dannato del Pedale – posso dire con certezza che quel primo passo verso questo viaggio nell’ignoto l’ho intrapreso inconsapevolmente il giorno che conobbi il Maury.

Era un freddo mercoledì del marzo 2018. Io pesavo quasi cento chili e avevo da poco deciso di iscrivermi in palestra. In sala spinning mi accolse un omone intento a testare l’impianto per la lezione riproducendo a tutto volume della musica italiana remixata in chiave techno. Lineamenti duri. Corpo scolpito da una muscolatura imponente. Lo sguardo grintoso e la voce profonda. I lunghi capelli raccolti e sostenuti da una bandana rossa con scritto “I Fantastici de il Maury”. Ai piedi degli anfibi di pelle nera e indosso una giacca mimetica di matrice paramilitare. Non c’era dubbio, a prima vista, quell’omone piuttosto singolare incuteva un certo timore!

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L’ignoto.

Per un ciclista medio, una volta accumulata una certa esperienza e una discreta conoscenza del proprio corpo, raggiungere un obiettivo stagionale non è quasi mai un’impresa impossibile. Per quanto grande possa essere il traguardo scelto, quello che un amatore si appresta ad affrontare è principalmente una sfida con sé stesso e i suoi limiti: un percorso che si può preparare e pianificare per tempo con un margine di errore relativamente contenuto.

Una volta fissata “l’impresa”, occorre studiare meticolosamente ciò che si vuole andare a realizzare, contare quante settimana si hanno a disposizione per prepararsi e fare i conti con il tempo che si riesce effettivamente a dedicare all’allenamento. A quel punto basterà scomporre il proprio traguardo nei diversi elementi che lo caratterizzano e studiare un calendario di avvicinamento con impegni progressivi e allenamenti funzionali a migliorare in ciascuno dei segmenti individuati. Al netto di possibili errori di valutazione, se si sarà in grado di seguire con flessibilità quanto pianificato, tutto sarà destinato ad andare per il verso giusto.

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