Date retta a un cretino: usate sempre il casco.

Non avrei mai pensato di dovere scrivere un articolo del genere, ma quando ti risvegli per terra circondato da personale sanitario e un paio di agenti di polizia, con il sangue che ti bagna la testa e senza ricordare nulla dell’accaduto, forse è giunto il momento di fare alcune riflessioni.

Come molti di voi, ho sempre usato il casco solo nelle uscite lunghe in bicicletta, mai nella quotidianità: “tanto in città si va piano”. Quando ero più piccolo, complice l’immaginario degli anni Novanta, le bandane del pirata e la folta chioma di “Re Leone” Cipollini, il casco lo mettevo solo quando il percorso prevedeva dei tratti in discesa. Dopo tutto, cosa vuoi che sia andare a venticinque, trenta all’ora al massimo, per una persona abituata a fare le discese libere con gli sci ai piedi?

Eppure, è proprio quando ci muoviamo spensieratamente in bici per le nostre città che corriamo i rischi maggiori. Il primo nemico è certamente il traffico, che nelle aree urbane è sempre maggiore che nelle tranquille strade che spesso accompagnano le nostre uscite domenicali. Una portiera aperta senza guardare, una macchina che gira senza mettere la freccia, un veicolo che ci sorpassa a forte velocità senza lasciarci il giusto spazio: tutte situazioni che ognuno di noi ha vissuto sulla propria pelle.

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I primi 100 km non si scordano mai

Ve li ricordate i vostri primi 100km? Quelli di Elisa si sono materializzati per caso, nel sabato più torrido dell’ultimo decennio.

Dovete sapere che Elisa, in tutta la sua vita, di chilometri ne avrà fatti al massimo 350, utilizzando biciclette che le sono sempre state prestate. In questo modo, si è ritrovata a pedalare con mezzi fuori misura che hanno contribuito a rafforzare il suo senso di equilibrio precario tipico di chi ha ancora una certa inesperienza nella guida. E, infatti, chi ha avuto modo di pedalare al suo fianco riconoscerebbe da centinaia di metri i suoi urletti di terrore (sempre del tutto ingiustificato) che accompagnano regolarmente i brevi tratti in discesa delle sue scampagnate domenicali.

Come tutti i novizi di questo sport, Elisa ha l’entusiasmo ingenuo e sfrontato di chi non sa bene a cosa stia andando incontro. “Questo weekend vado in campeggio nel piacentino con le mie amiche, che ne dici se ci andiamo insieme in bicicletta?” la sua inattesa richiesta in un caldo pomeriggio di luglio. Ma il destino di ogni sognatore è sempre legato a qualcuno che lo mette di fronte alla dura realtà.  “Eli, ma sei impazzita? Sono oltre 100 km e fuori ci saranno quasi quaranta gradi”.

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I randonneur.

I randonneur sono persone uniche nel loro genere: i più dannati tra tutti i dannati del pedale. Sono uomini e donne all’apparenza normalissimi, i classici vicini della porta accanto. Hanno fisici per nulla scolpiti e spesso hanno anche tanti capelli bianchi. Eppure, i veri randonneur sono le persone più forti e invincibili con cui vi capiterà di parlare.

I randonneur se ne fregano dei limiti fisici e mentali di un essere umano, loro vivono la bicicletta in maniera totale. Riescono a stare in sella per giorni interi, senza mai fermarsi e cedere alla fatica. Affrontano salite a ripetizione, anche decine di migliaia di metri di dislivello in sequenza, senza mai smettere di puntare al proprio personale obiettivo. Ognuno con il proprio passo. Ognuno in perfetta armonia con il proprio corpo. Ognuno con la consapevolezza che per ogni eventuale fallimento ci sarà sempre una nuova sfida per potersi rimettere alla prova.

I randonneur pedalano di giorno, di notte, nel freddo rigido dell’inverno e sotto il caldo torrido dell’Anticiclone africano. Non si curano dei violenti temporali che possono coglierli durante le loro imprese o degli animali selvatici che puntualmente attraversano la loro strada durante le notti a pedalare.

I randonneur hanno biciclette modificate per le grandi distanze, accessoriate con dinamo e borse spesso autoprodotte, che gli permettono di pedalare per giorni in totale autonomia, o come dicono loro “in autosufficienza”. A differenza dei loro cugini che fanno le granfondo, non si curano dei graffi sul telaio, anzi ne vanno fieri in quanto ricordi indelebili delle loro avventure.

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L’ignoto.

Per un ciclista medio, una volta accumulata una certa esperienza e una discreta conoscenza del proprio corpo, raggiungere un obiettivo stagionale non è quasi mai un’impresa impossibile. Per quanto grande possa essere il traguardo scelto, quello che un amatore si appresta ad affrontare è principalmente una sfida con sé stesso e i suoi limiti: un percorso che si può preparare e pianificare per tempo con un margine di errore relativamente contenuto.

Una volta fissata “l’impresa”, occorre studiare meticolosamente ciò che si vuole andare a realizzare, contare quante settimana si hanno a disposizione per prepararsi e fare i conti con il tempo che si riesce effettivamente a dedicare all’allenamento. A quel punto basterà scomporre il proprio traguardo nei diversi elementi che lo caratterizzano e studiare un calendario di avvicinamento con impegni progressivi e allenamenti funzionali a migliorare in ciascuno dei segmenti individuati. Al netto di possibili errori di valutazione, se si sarà in grado di seguire con flessibilità quanto pianificato, tutto sarà destinato ad andare per il verso giusto.

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Oltre ogni tuo limite: il mondo delle randonnée

Ho scoperto il mondo delle randonnée per puro caso, come nei più classici romanzi d’amore. È bastato un invito disinteressato durante un corso di spinning: “Ehi! Che fai questa domenica? La mia società organizza un giretto in bici, si va sulle colline dell’Oltrepò. A metà percorso c’è un bel ristoro con vino e salame”. Poche e semplici parole di chi sa come motivare quelle persone che, come me, coniugano la grande passione per la bicicletta con un’innata fascinazione per l’enogastronomia.

Mi ritrovai, così, quasi per caso in partenza per la mia prima randonnée. “Tra Riso e Vino”, una pedalata di 220 chilometri con partenza la mattina presto dalla periferia di Miano, diversi chilometri di pianura per poi giungere nelle colline che circondano la zona tra Pavia e Voghera, dove si attraversa un interminabile saliscendi di quasi duemila metri di dislivello e infine imboccare il tratto di pianura Padana che riporta verso il capoluogo lombardo.

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Vertical line

Aprile 2021. Ultimo weekend di zona rossa in Lombardia. Le restrizioni alla mobilità impediscono di uscire dal proprio comune se non per motivate ragioni oggettive o per praticare uno spot di movimento come la bici. La punta della Grigna Meridionale è proprio davanti ai miei occhi, 50 chilometri in linea d’aria dalla mia finestra. Fuori, non c’è traffico e i sentieri di montagna sono deserti.

La sveglia presto. La colazione dei campioni. Lo zaino caricato all’impossibile. Decido di portarmi dietro persino una catena da due kg che mi servirà per legare il mezzo una volta giunto ai piedi del sentiero. Pedalo, pedalo, pedalo. Appena preso il mio ritmo iniziano le dure rampe che mi portano a Pian dei Resinelli. Complice lo zaino pesante procedo regolare e piano piano arrivo alla solita panetteria, quella che generalmente raggiungo in macchina prima di iniziare le escursioni sulla Grignetta.

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I dannati del pedale

Andare in bicicletta è una passione ancestrale. Un moto perpetuo che ti spinge a sfidare tutti i tuoi limiti. Una vera e propria dannazione.

“Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Questo dovrebbero affiggere per legge davanti a tutti i negozi di bicilette.

Quado ti approcci al ciclismo non hai idea della spirale nella quale stai per entrare. La prima uscita ti sembrerà, addirittura, una vera e propria tortura. Il respiro sempre più affannato, le gambe che bruciano, dolori in tutto il corpo. Per i più sfortunati, parestesia ai piedi o alle mani.

La sintesi perfetta di questo disagio l’ha espressa Martina, un’amica dallo spiccato spirito d’osservazione. “Come sto? Praticamente come dopo un’epidurale!”

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